mercoledì 12 marzo 2014

Rodney Smith. Un fotografo in equilibrio

A me questa cosa dell'equilibrio affascina.
Pensateci bene. L'equilibrio è labile ed evanescente. Lo diamo tutti per scontato, ma in sua assenza non saremmo in grado di muovere un passo. Come un partner di lunga data. Quando ti sembra di averlo inquadrato, lui ti spiazza e se provi ad analizzarlo nel dettaglio ti accorgi della sua complessità. Intrappolarlo in un attimo spazio temporale è quasi impossibile, ma chi ci riesce ottiene risultati incredibili.


Io non credo che nella vita serva necessariamente avere equilibrio. Penso invece che sia più importante perderlo per poi ritrovarlo. Ed è in quell'attimo in cui stai per cadere, l'istante in cui ti avvicini al suolo e terra e cielo si confondono, quando compi lo sforzo supremo per rimetterti in piedi, è proprio in quel momento che provi quella leggera vertigine, un'ebrezza che ti dà alla testa come un calice di bollicine. Certo, se cadi può essere che tu ti faccia male, ma se riesci a rimetterti in piedi porterai un po' di quella vertigine dentro di te per i minuti e forse per le ore a venire. 
E sarà molto più di quanto ti saresti aspettato da questa giornata. 






Le foto che vi mostro sono di Rodney Smith, prezioso esponente del surrealismo fotografico, allievo di Walker Evans a Yale, dove nel frattempo si laureava in teologia per contrastare l'attitudine modaiola di famiglia. Per lui il bianco e nero è la struttura portante della fotografia, è il colore dell'anima, dove per anima si intende l'essenza dell'io.









La sua fotografia magica riesce a rappresentare in pieno l'equilibrio precario della vita, o meglio, la sua eterna rincorsa.



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