mercoledì 15 maggio 2013

La storia di Malin che voleva diventare un tiglio


Ci sono libri che vibrano di una poesia speciale. Storie antiche ma allo stesso tempo attualissime nelle quali tutti, adulti, bambini, bambini cresciuti, si possono riconoscere. Se poi è un libro praticamente introvabile e fuori edizione già dagli anni Ottanta, il suo fascino diventa irresistibile.

Suona il mio tiglio, canta il mio usignolo di Astrid Lindgren è uno di questi.


Molti anni fa, quando la povertà era ancora molto diffusa in tutti i paesi, esisteva l'ospizio dei poveri, uno in ogni parrocchia. Lì abitavano i vecchi che non potevano più lavorare, i malati, i mezzi matti e i bambini soli di cui nessuno si voleva più prendere cura. 
Lì un giorno capitò una bambina di otto anni di nome Malin.
Malin aveva perso entrambi i genitori a causa della tubercolosi ed era stata costretta a cominciare una nuova vita. Era una bambina forte, che si sapeva adattare, ma il suo cuore, il suo cuore, quello era più difficile da convincere. Il suo cuore non si rassegnava all'assenza di bellezza di quel posto, dove tutto trasudava tristezza e disperazione.
Malin invece era abituata a cogliere la bellezza in ogni angolo, anche dove nessuno era abituato a cercarla. La sua casa era stata una casa povera, ma lì s'erano viste tante volte bellezza e allegria: pensate al melo fuori dalla finestra quando fioriva a primavera; pensate al prato di mughetti; pensate all'armadio con le rose dipinte sulle porte. Ma qui all'ospizio dei poveri ogni cosa era brutta da piangere, e fuori dalla finestra c'era solo un misero campo di patate.


Ma un giorno, durante una delle sue escursioni per chiedere la carità, capitò in canonica. Proprio lì, nella cucina del pastore, accadde la cosa straordinaria: ricevette qualcosa per consolare il suo cuore, qualcosa di bello. Dalla camera accanto, dove qualcuno stava raccontando una favola ai bambini, le giunsero delle parole così belle che cominciò a tremare ascoltandole. Non aveva mai saputo prima che le parole potessero essere così belle; ma ora lo sapeva, ed esse scendevano sulla sua anima come rugiada del mattino su un prato d'estate.




Tornata a casa ricordò solo queste parole: Suona il mio tiglio, canta il mio usignolo.
Ora Malin sapeva bene quello che voleva. Voleva un tiglio le cui foglie suonassero, voleva un usignolo come la regina della fiaba che aveva ascoltato. 
Se solamente avessi un seme, pensava...
Una mattina sotto un letto trovò un pisello. Era solo un pisello, ma Malin era convinta che, se ci avesse creduto abbastanza, il miracolo si sarebbe avverato.


E poi un giorno il miracolo accadde sul serio. Era proprio cresciuto un bel tiglio. Non suonava, però. Neanche un po'. Perché Dio si era dimenticato di dargli anima e vita?


Poi Malin capì quanto si dovesse sentire solo e triste il tiglio, a essere l'unico incapace di suonare. E capì anche che, se avesse potuto donargli la sua anima, allora la vita avrebbe cominciato a fluire tra le sue foglie  e magari gli usignoli si sarebbero fermati e tutto, da quel momento, sarebbe stato nuovo  e meraviglioso.


La bimba ora si sentiva felice e pensò che avrebbe potuto dare la sua anima al tiglio anche subito.

All'alba tutti i poveri furono svegliati da un suono dolcissimo che proveniva dal campo di patate. 
Il tiglio suonava con tanta grazia e l'usignolo cantava così meravigliosamente che tutto intorno diventò nuovo e meraviglioso, proprio come aveva previsto Malin.
Anche se lei non era più lì a goderselo.


Questo libro del 1959, uno dei meno noti di Astrid Lindgren, è una storia sulla speranza e su quanto la condivisione della bellezza possa rendere il mondo un luogo magico e sorprendente.
Il coraggio di Malin di trovare il bello in ogni cosa che la circonda è quello stesso coraggio che permette a noi ogni giorno di non arrenderci.
Edito da Mondadori nel 1985 è stato magistralmente illustrato nel 1984 da Svend Otto S., lo stesso che ha eseguito i disegni della fiaba I cigni selvatici di Hans Christian Andersen.



La poesia della bellezza

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