venerdì 22 novembre 2013

La foto che non ci sarà

Come vi ho anticipato la settimana scorsa il venerdì è il giorno della leggerezza, delle parole sussurrate, delle coccole sul divano, dei segreti confessati senza quasi accorgersene.
La nostra rubrica moltopersonale ha subito una metamorfosi ed è diventata #itsohsoquiet, un po' perché amo Bjork e un po' perché l'hashtag #moltopersonale era già quello di una trasmissione di radio101. E poi la quiete dopo la tempesta, che sia essa emotiva, meteorologica o semplicemente rientri nella normale routine quotidiana, mi lascia quella sensazione di intimità raccolta che l'ultimo giorno della settimana si arroga di diritto.



Continuiamo a parlare con Ettore.
O meglio è lui che parla con noi, e noi non abbiamo diritto di replica 
e questo a volte accade anche nella realtà. Spesso in pausa pranzo.
 Ma qui non c'è nulla da replicare, c'è solo da mettersi lì buoni, 
incrociare le gambe sul divano e predisporre il cuore all'ascolto.
Conosco Ettore da molti anni e questo potrebbe deporre a suo sfavore.
Invece continua a piacermi per quella sua voglia di mettersi in gioco, di non lasciare mai le cose come stanno, o come sarebbe comodo che fossero, ma di battersi per migliorarle, 
di intestardirsi anche molto, a volte.
E poi ha una qualità bellissima. Non ha paura di parlare delle proprie emozioni. E di scriverne. 
Lo sa fare molto bene, per essere un uomo. Senza sciatteria, con i ritmi giusti e misurati, senza enfasi o retorica, ma con il cuore in mano e anche un certo stile.
Ettore ha una bellissima famiglia, che io conosco bene, ma che vorrei conosceste anche voi.
Ed è per questo che gli cedo la parola.

Adoro appoggiare l'occhio al mirino. Decido l'inquadratura, la parte di mondo che voglio vedere e quella che invece non mi interessa... Una leggera pressione, il rumore gratificante dell'otturatore e l'immediata consapevolezza di avere catturato per sempre quell'idea, la piccola porzione di luce che ha dipinto quel preciso momento.
Non si può trovare la perfezione, ma è esattamente quello che ricerco quando stringo la macchina fotografica e guardo il mio mondo attraverso quel vetro.

Matteo vive ogni cosa intensamente, è fragile e sensibile come pochi bambini. Cerca conforto, rassicurazione, affetto. E ne regala a chiunque gli stia accanto. La curiosità che lo anima è pari solo alla dolcezza del suo sguardo. Ha milioni di domande, mai banali o scontate, perché milioni sono le curiosità che i suoi occhi scoprono ogni giorno. Federico è un'esplosione di gioia, pazza e imprevedibile. Divertente, confusionaria e del tutto irresistibile. Ognuno di loro, a modo suo, mi somiglia in qualcosa. Non solo fisicamente.
E io assomiglio a te: la stessa voglia di non rassegnarmi a un'idea che non condivido, la stessa dichiarazione di guerra al mondo intero, la stessa irrinunciabile necessità di sentirmi vivo in ogni singolo istante della mia esistenza. La stessa insana incapacità di non provare emozioni e sentimenti forti, sempre.
Il mio legame con te è sempre stato intenso, nel bene e nel male. Tu non eri in grado di stare lontano da me, così come di accettare la tua vita per quella che era. Io mi accendevo come una stella nell'istante in cui varcavi la soglia della mia cameretta, il venerdì sera o al sabato mattina, quando l'attesa di giorni e giorni finiva e potevo stringerti nell'abbraccio che solo i figli sanno regalare. Poi, quando arrivava la domenica pomeriggio, sognavo di poter continuare a disegnare con te dinosauri sbilenchi dai colori improbabili per ore e ore, quando invece ti attendeva l'autostrada che ti avrebbe riportato a casa. Anche se, forse, la tua casa in quegli anni era più sfumata, divisa, frantumata come i sentimenti che agitavano il tuo spirito.
Certi sabati pomeriggio si andava al Museo della Scienza e della Tecnica, e poi al cinema, i film mai banali che sono diventati punti fissi della mia vita, e mi hanno trasmesso la passione per l'ironia e lo humour leggero e geniale. Io mi arrampicavo su di te, e ridevo di gusto davanti a Giacca di Ferro o al Bandito, a Igor come a Beau Geste... poi magari mi addormentavo. Felice.
Quando Il Vecchio della Casa dei Sogni, la sua lunga barba bianca sulle grinze del volto veniva a trovarci, la sera della Vigilia, io lo guardavo sognante, così come quando fu il suo aiutante, l'Arabo con il pugnale ricurvo, a portarci i doni natalizi. Tutti i bambini del mondo hanno Babbo Natale. Mi chiedo quanti possano vantare un vecchietto sdentato e un arabo armato nel loro libro dei ricordi natalizi.
Eri un passo avanti, nel tuo tentativo di essere un padre amorevole e originale, te lo concedo. Ma non c'è solo il tepore delle carezze, nel mio ricordo di te. Le urla, le lacrime, gli schiaffi, non soltanto fisici, sono ancora vivi più che mai. Così come eri profondo e interessante, nei tuoi discorsi e insegnamenti, sapevi essere tagliente e spietato nei giudizi e nelle parole. Hai inferto vere e proprie ferite a tutti coloro che ti sono stati accanto, ferite che anche oggi, un milione di anni dopo, non hanno nemmeno cominciato a rimarginarsi.
Ti sei lanciato nella vita senza le armi per difenderti da essa, l'hai aggredita, e ti sei lasciato consumare da lei. Ma l'hai vissuta. Fino in fondo. Perché dare vita, amare, odiare, ferire, creare e distruggere, cos'altro sono, se non vivere?
La prima persona con cui ho sentito di dover condividere la mia prima vera gioia da adulto, il primo esame passato all'università, non potevi che essere tu. L'ultimo momento in cui ti ricordo davvero felice, sereno, il giorno della mia laurea. E quel tuo sorriso sincero ora è l'immagine di te che mi accoglie ogni volta che vengo a salutarti, nel placido silenzio del vento e dei campi che ti circondano. In quei momenti ripenso a quando mi abbracciavi, e stavi per ore a sussurrarmi parole sognanti all'orecchio, o alle favole lette ogni sera, accanto al mio letto, alla fioca luce di quei lumini colorati che adoravi, dei quali riempivi le mensole di casa e i cassetti di ogni mobile, e che ora sono tornati a campeggiare nelle costose vetrine di design, che ogni tanto guardo sorridendo pensando a quanto quei piccoli funghi colorati hanno illuminato la mia infanzia. Leggere la felicità negli occhi dei bimbi che stavano ad ascoltarti sognanti era la gratificazione maggiore, per te, forse una delle poche cose della tua vita che non è mai venuta meno negli anni, fino alla fine.
Saresti potuto essere un nonno perfetto per i miei figli. Spesso ti vedo, in poltrona accanto al camino, Federico che si arrampica su di te tra una risata e l'altra, Matteo fra le tue braccia sognante, perso nelle tue parole, e tu sereno, che rispondi alla sua ennesima domanda, orgoglioso di poter insegnare anche a lui qualcosa che lo accompagnerà per tutta la sua vita.

E io lì, poco distante, la macchina fotografica in mano, pronto a fissare per sempre quel momento, un'istantanea da affiancare nel mio personale album dei ricordi a quella di me, fra le tue braccia proprio come Matteo, mentre insieme ascoltiamo una canzone che parla di vane rivoluzioni o amori perduti. Lo scatto finale di un racconto che nasce con me e finisce con i miei figli, il cui filo conduttore sei tu.
Purtroppo però quella fotografia, che più al mondo sentirei come mia, è anche l'unica che ho la certezza di non poter scattare, e accanto a quella nostra vecchia foto scolorita dal tempo rimarrà per sempre uno spazio vuoto, come nel cuore di Matteo e Federico.
E quell'unico scatto che non potrà mai esserci pesa più di qualunque altro io abbia fatto, o potrò mai rubare.


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