venerdì 15 novembre 2013

Mano nella mano. Il nostro primo post #moltopersonale

Il venerdì è il giorno della leggerezza, delle parole sussurrate, delle coccole sul divano, dei segreti confessati senza accorgersene. Il giorno in cui ritmi si allentano e tutto diventa #moltopersonale.
Inauguriamo oggi questa rubrica di pensieri, confidenze e parole in libertà. Raccontati di venerdì.


Iniziamo con un ospite.
Conosco Ettore da molti anni e questo potrebbe deporre a suo sfavore.
Invece continua a piacermi per quella sua voglia di mettersi in gioco, di non lasciare mai le cose come stanno, o come sarebbe comodo che fossero, ma di battersi per migliorarle, 
di intestardirsi anche molto, a volte.
E poi ha una qualità bellissima. Non ha paura di parlare delle proprie emozioni. E di scriverne. 
Lo sa fare molto bene, per essere un uomo. Senza sciatteria, con i ritmi giusti e misurati, senza enfasi o retorica, ma con il cuore in mano e anche un certo stile.
Ettore ha una bellissima famiglia, che io conosco bene, ma che vorrei conosceste anche voi.
Ed è per questo che gli cedo la parola.



Da un po' di tempo a questa parte, ogni mia giornata comincia così. Mano nella mano, uno accanto all'altro.
Mi alzo, mi lavo e mi vesto a una velocità per me sconosciuta fino a poco tempo fa, ed esco di casa mano nella mano con mio figlio. Andiamo a scuola, e non ricordavo di avere mai amato così tanto i minuti che precedono una campanella. Camminiamo, ridiamo, chiacchieriamo.

In macchina, quasi di nascosto sbircio nello specchietto retrovisore. Due occhi furbi, incorniciati dai suoi occhiali colorati mi guardano di rimando, sopra di loro i capelli arruffati mi fanno scappare un sorriso.
Qualche volte rispondo alle sue domande. Altre volte quei minuti sono un prolungamento dei rimproveri cominciati già in bagno, col pigiama ancora indosso. Molto più spesso sono pieni del nostro silenzio: non una mancanza, piuttosto un regalo che ci facciamo a vicenda, sorridendo. La ricerca del parcheggio giusto sembra essere il gioco più divertente mai fatto, e una volta trovato... le mani tornano una nell'altra. Con naturalezza, piacere e necessità.
I nostri passi sono sincronizzati, come i nostri cuori. Ora è lui a raccontarmi, ride guardandosi intorno e scoprendo qualcosa, qualunque cosa, che i suoi occhi vedono e la sua fantasia elabora in maniera sorprendente.
Io non mi ero nemmeno accorto di quel balcone sbilenco, o di quell'automobile dal colore improbabile. Non me sono mai accorto, probabilmente. Ma da oggi sì, ora mi accorgo di tutto.

Davanti al cancello della scuola ci fermiamo. All'inizio eravamo sempre in anticipo, e si restava qualche minuto a giocare con i nuovi compagni. Cioè... lui giocava. Io lo guardavo in silenzio. Ma era quasi come se fossi io a giocare, lo zaino più grande di me in spalla, l'emozione della novità stretta nel petto.
Adesso arriviamo nel momento in cui suona la campanella, e i papà e le mamme salutano i bambini prima di riprendere la propria strada verso la città grigia.

Io no.

Vorrei entrare in quella scuola un po' vecchia, e un po' rattoppata, sedermi su una piccola sedia in un angolo e guardarlo aprire l'astuccio, fissare la lavagna, ascoltare la maestra. Ridere. Chiedere qualcosa.
Così rimango lì fuori, lo guardo camminare verso l'ingresso, scherzare con i suoi amici oppure saltellare da solo fino a che non scompare all'interno. Fulvia dice che sono ancora nella fase dell'innamoramento, come la chiama lei. Ma proprio non capisco cosa significhi quell'ancora...
Infilo le mani in tasca, alzo il bavero del giubbotto e ritorno verso la macchina, scaldandomi con il piacere di quei venti minuti trascorsi insieme. Nostri. Fra uomini.

Un secondo dopo aver girato le chiavi nella serratura e mosso un passo dentro casa, vengo accolto dal grido stridente di un'aquila in picchiata, e da veloci passi che annunciano un treno in corsa lanciato... contro la mia pancia. Veloce, prendo in braccio quell'aquila di mio figlio, l'ultimo arrivato, felice che il suo papà sia di nuovo lì, e mi preparo all'impatto con la zucca dell'altro, quello di mezzo, che crede che la cosa più divertente del mondo sia prendere a testate qualunque cosa gli capiti a tiro. Tutto e tutti... tranne suo fratello minore. Con lui, sfodera una delicatezza e una mansuetudine inaspettate. Le mie mani cominciano a prudere ancora, vogliose di una nuova stretta.

In poco tempo siamo pronti, io e Fulvia, e in quattro-che-sembriamo-otto ci infiliamo nell'ascensore, diretti verso la nuova meta. E mi ritrovo di nuovo lì, mano nella mano, i passi sincronizzati, solo questa volta un poco più corti. Niente silenzi però. Con lui solo tanta meravigliosa confusione, con quella voce che ogni volta che la sento è come se fosse la prima, e mi si stringe il cuore pensando che prima o poi cambierà, non sarà più piena di quelle s mancanti, di quelle doppie inesistenti o di quelle o chiuse che nemmeno a Bari...

In un baleno siamo davanti all'armadietto della scuola materna, fra un saluto alla mamma, uno al signore che ogni mattina è in attesa dell'autobus dall'altra parte del marciapiede, inconsapevole testimone di uno dei più grandi amori nella storia dell'umanità, e una corsa per varcare per primo il cancello di entrata. Cosa che regolarmente fa lui, anche se un istante dopo aver vinto la nostra personalissima gara podistica non manca mai di voltarsi verso di me e consolarmi, convinto, dicendomi che siamo arrivati pari. 
Abbiamo vinto insieme, papà...

Ma si sbaglia.

A vincere sono stato io, soltanto io, tanto tempo fa. E continuo a vincere ogni giorno. Ogni mattina. Quando la mia mano stringe quella di mio figlio, di uno qualunque dei miei figli, all'inizio della nostra giornata.



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