venerdì 15 giugno 2012

Io e il mio orologio


Normalmente sono una persona puntuale. Mi piace arrivare con quei cinque minuti di anticipo che mi permettono di non essere in ansia. Da un po' di tempo, però, sono costantemente in ritardo. Oserei dire, puntualmente in ritardo. Colpa del piccolo gnomo che vive con te!, direte voi. Invece no. Sì, certo, c'è anche la componente nanesca (non voglio questo  voglio quello, se i pantaloni sono lunghi li voglio corti, se sono corti li voglio lunghi e via discorrendo), ma io credo che la vera radice del problema sia da ricercare altrove.
Potrebbe essere una sorta di meccanismo inconscio di difesa: io, in realtà, in ufficio non ci voglio venire, quindi il mio corpo somatizza il disagio, rallenta la mia mente e le mie membra, mi fa incagliare in micro-problemi di routine che aggiungono preziosi secondi al mio ritardo. Io mi affanno, corro, impreco. Accidenti ho perso il treno, accidenti ho preso il treno e questo si ferma nel nulla. Accidenti, devo prendermi un coffee take away o mi licenziano, stavolta. Questo ritardo finirà col distruggere il mio equilibrio. E se poi vogliamo proprio andare alla radice del problema, questo lavoro  - così come vogliono concepirlo per me, perché io lo vedrei in modo diverso - finirà col distruggere il mio equilibrio, fisico e mentale. Forse dovrei starmene a guardare dove mi porta questo ritardo, e smettere di rincorrerlo.

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