martedì 24 gennaio 2012

Pecore nere - Capitolo 1


Capitolo 1
L'uomo con gli occhiali dalla montatura d'oro guardava il semi-cerchio di giovani aspiranti scrittori davanti a sé con gli occhi spalancati in una silenziosa minaccia. Poi lasciò ricadere sulla scrivania il plico di fogli che teneva in mano. <<Spazzatura!  Mangime per trogloditi su due zampe. Scrivete solo cazzate! I vostri racconti mancano di respiro. Sono parole morte, che vanno bene solo per incensare il vostro ego gonfiato di putridume. Che relazione ha tutto questo...>> L'uomo fece una pausa a effetto, agitando in aria il plico di fogli. <<... Con la società in cui viviamo? Dove sono gli sfigati qua dentro? Che fine hanno fatto gli operai? Avete mai sentito parlare di lotta sociale? La conoscete la storia di questo paese? Quella recente, intendo. E li leggete i giornali? Dove stanno, qua dentro, gli emarginati? Questi sono racconti di figli di papà che si sono messi in testa di scrivere perché non sono riusciti a fare niente altro nella vita...>>
Uno degli studenti alzò la mano per poter intervenire. Gesto timido, ma sguardo provocatorio.
<<Gustav Nightingale. Che c'è? Vuoi protestare? Non è con me che devi protestare, ma con il mondo là fuori.>>
<<Vorrei solo fare una domanda, per capire meglio.>>
<<Da quello che scrivi, si deduce che non capirai mai niente. Ma sentiamo che domanda intelligente devi PORRE. Si pone una domanda, non la si FA. Proprietà di linguaggio, se volete scrivere dovete avere proprietà di linguaggio. Avanti, sentiamo.>>
<<Uno scrittore non dovrebbe sempre scrivere di ciò che conosce? Forse tra di noi non ci sono operai, o emarginati in senso letterale. Si può essere critici nei confronti della società anche parlando di disagi che non siano prettamente sociali. No?>>
L'uomo con gli occhiali dalla montatura d'oro tornò a sgranare gli occhi. Inspirò fino a riempirsi i polmoni e spalancò poi la bocca, lasciando uscire una fiammata, che raggiunse Gustav Nightingale nell'esatto istante in cui lui sobbalzò a sedere sul letto, la fronte imperlata di sudore, il respiro affannoso e il cuore al trotto. 
Rendersi conto che si era trattato solo di un sogno non bastò a calmarlo. Perché quello era un incubo che aveva radici profonde nella realtà di un recente passato, quando Gustav frequentava la scuola di scrittura della casa editrice Barbato, ed era sottoposto settimanalmente a pubblica umiliazione da parte del signor Barbato in persona.
Gustav Nightingale, di madre altoatesina e padre inglese, si era deciso a iscriversi alla scuola di scrittura circa tre anni prima, convinto che appartenere a un gruppo avrebbe stimolato lo scambio intellettuale e favorito la scrittura. Non aveva pensato che un gruppo di aspiranti scrittori potesse essere un insieme che, intersecato ad altri insiemi, desse sempre come risultato un insieme vuoto. O appartenevi a quel gruppo dalla testa ai piedi, o non vi appartenevi affatto. Ora Gustav lo sapeva. 
Si alzò dal letto scuotendo la testa, quasi a liberarsi di quei brutti ricordi. Ma come capita con tutti i brutti ricordi, era impossibile liberarsene. 
Si preparò un tè per accompagnare lo strudel di mele e sfogliò il giornale che gli veniva consegnato ogni mattina a casa. Non poteva fare colazione senza un giornale. Si soffermò con particolare interesse sulla pagina culturale, perché si era prefissato il compito di capire meglio il mondo intellettuale. Continuava a provarci. 
Venti minuti più tardi Gustav era a cavallo della propria bicicletta mentre tentava di attraversare indenne il centro di Milano, che aveva scelto come casa nonostante le sue origini lontane. Qui era nato per caso, di passaggio, e qui era tornato, dopo essersi laureato in letteratura inglese a Londra e aver trascorso una stagione a insegnare lo sci ai bambini, su in val Pusteria, dove vivevano ancora i suoi nonni, i suoi zii e i suoi cugini. Era tornato qui, a Milano, perché aveva letto di quella scuola di scrittura. Si era informato telefonicamente e Barbato in persona gli aveva dato appuntamento per un colloquio preliminare.
Gustav non aveva saputo che cosa aspettarsi, e per questo non era agitato. In realtà non si era aspettato niente. 
Barbato lo aveva accolto con volto scuro, come se stesse pensando a molti problemi insieme, o come se Gustav lo stesse disturbando.
<<Perché vuoi scrivere?>>
<<Beh, non è semplice da spiegare... Credo... di avere qualcosa da dire.>>
<<E sarebbe?>>
<<Se fosse così semplice, non avrei bisogno di scriverlo.>>
<<Vedo dal tuo curriculum che non sei italiano. Perché vuoi scrivere proprio in italiano? Spero che tu sia in grado di farlo, qui non insegniamo la grammatica.>>
Gustav prese un profondo respiro, allargando leggermente le narici, come per ritrovare la calma. <<Sono un perfetto trilingue, quindi parlo e scrivo in italiano come in inglese e tedesco. E ho scelto di scrivere in italiano, perché mi sembra che ci sia ancora ampio spazio per cose nuove... esplorazioni linguistiche, cose così.>>
<<L’identità, l’appartenenza ai luoghi sono elementi importanti per uno scrittore. Che cosa rispondi quando ti chiedono  di dove sei?>>
<<Io sono europeo. Per molti non significa niente, ma è ciò che sono.>>
Alle dieci e trenta arrivò puntuale all'accogliente caffè in Brera, dove Guido Malatesta, l'agente letterario che lo rappresentava ma che ancora non gli aveva procurato alcun contratto, stava già sorseggiando un espresso.
<<Gustav, buongiorno. Accomodati. Che prendi?>>
<<Un caffè americano, con acqua calda a parte>> rispose Gustav, rivolgendosi direttamente al cameriere, che solertemente si era avvicinato al loro tavolo.
Malatesta lo guardò serio, scuotendo il capo rassegnato. <<Devi sembrare più italiano.>>
<<Non credo che ai miei lettori, sempre ammesso che un giorno io ne abbia, importi che cosa bevo.>>
<<Probabilmente no. Ma importa agli editori. Te l'ho detto. Il nuovo genio della letteratura italiana non può essere un EUROPEO, come ti definisci tu. Deve rappresentare l'italianità nel mondo.>>
<<Beh, allora vorrà dire che il nuovo genio non sarò io. Voglio solo pubblicare quello che scrivo, non mi va di recitare una parte.>>
Malatesta sbuffò e cambiò argomento. <<Comunque, ti ho fatto venire qui perché ho una nuova traduzione. È un saggio del noto autore americano Paul Highbrow. Lo conosci?>>
<<Certo, è un giallista. Non sono un eremita. Ma questo è un saggio, dicevi?>>
<<Sì, si intitola Why I Write. Ho pensato che potesse interessarti.>>
<< Perché scrivo. Sì, sì, mi interessa. Per quando lo vuoi?>>
<<Per marzo.>>
<<E quanto paghi?>>
<<Mille e due lordi.>>
<<Ah, scherzi? E cosa sono, cinquanta pagine?>>
<<Sono duecentotrenta, e non scherzo affatto. Ho un esercito di traduttori a cui poterlo affidare, lo sai.>>
<<Un esercito di schiavi, vuoi dire. Dammi questo libro. Il caffè lo offri tu.>>
Verso l'una Gustav entrò in una libreria megastore,  per incontrare la sua amica Martina. 
Martina era già seduta a un tavolino quando Gustav la vide. Non troppo alta con corti capelli arancione, l'avresti vista in mezzo a mille a causa di quegli occhi scuri luminosi come quelli di un cartone animato giapponese degli anni Settanta. 
<<Ciao Marti.>>
<<Ehi, ciao. Aspetta che sposto la borsa, ecco. Siediti.>> Era una borsa di tela, realizzata a mano, su cui Martina aveva ricamato le parole Mary Poppins' bag. E in effetti lì dentro ci si trovava di tutto.
<<Che mi racconti di bello? Allora, hai visto il tuo agente, stamattina?>>
<<Sì. Ed è sempre più deprimente, ogni volta che lo incontro. A volte ho l'impressione che stia attuando un piano di sabotaggio per potermi sfruttare come traduttore. Se non fosse che avrebbe una percentuale sulle mie pubblicazioni, finirei per crederci.>>
<<Nessuna proposta all'orizzonte?>>
<<Zero. Solo traduzioni. È un lavoro che mi piace, intendiamoci. Ma a trentacinque anni sono qui che vivacchio con lavori saltuari per avere il tempo di scrivere cose che nessuno mai pubblicherà. È avvilente, se ci pensi.>>
<<Esageri, adesso.>>
<<Per niente. A volte mi sembra di perdere il contatto con la realtà che ho intorno. Mi sento isolato. E se non fosse per te, lo sarei totalmente.>>
<<Secondo me esageri. E comunque tutti attraversano momenti di particolare solitudine. Soprattutto quando non si smette di credere di poter salvare il mondo.>>
<<Io non credo di poter salvare il mondo.>>
<<Non letteralmente. Ma non vuoi startene zitto mentre altri fanno di tutto per mandarlo in rovina.>>
<<Già, vero. Così ci finirò io in rovina.>>
<<Dai, ordiniamo.>>
<<Due insalate noci e mele?>>
<<Vada per due insalate noci e mele e due birre piccole.>>
<<Tu che hai fatto stamattina?>>
<<Oh, sono riuscita a definire il sommario del libro. Così ora so che mi manca il materiale dal secondo capitolo in poi. Ma la settimana prossima iniziano gli esami, il mio professore è a Londra per il SUO libro. Così io devo stare in facoltà ad assistere il primo assistente.>>
<<Non hai mai la sensazione di perdere tempo?>>
<<Almeno una volta al giorno. Ma poi mi ricordo la massima di mio padre. Solo la noia può rubarti il tuo tempo. Tutto il resto lo arricchisce.>>
<<Un papà saggio.>>
<<Sì, sono degna figlia di mio padre.>>
<<E lui è modesto come te?>>
<<Oh, la modestia è noiosa, non trovi?>> rispose Martina illuminando il proprio volto con un sorriso spontaneo, mentre agitava i lunghi capelli neri, che ora le incorniciavano il viso. Femme fatale, per un istante.
La luce accecante del pomeriggio entrava a stento nel soggiorno attraverso le persiane socchiuse, quando Gustav rientrò a casa, dopo pranzo.
Si sarebbe messo subito a lavorare alla traduzione. Tradurre era un ottimo esercizio di vocabolario e sintassi, di chiarezza e scorrevolezza.
Ogni scrittore si sarebbe dovuto cimentare nella traduzione, pensava Gustav. Tentando di avvicinarsi all'altro autore, si tornava con i piedi per terra e si riacquistava la giusta prospettiva per giudicare il proprio lavoro. 
Aprì le persiane quel poco che bastava per riuscire a leggere, accese il portatile e iniziò a scorrere l'introduzione.

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