martedì 31 gennaio 2012

Pecore nere - Capitolo 2


Capitolo 2
In quest'era in cui si trovano più romanzi gialli in libreria che pane da un panettiere, ho sentito l'esigenza di spiegare ai miei fedeli lettori perché io scrivo. Cosa mi spinge a continuare a praticare la professione dello scrittore e perché abbia scelto un genere oggi tanto sfruttato, da autori di talento o di ventura.
Qui, in questa introduzione, voglio precisare brevemente perché scrivo questo saggio sulla scrittura. 
Partendo dalle mie motivazioni personali, vorrei poi riflettere sulla condizione dello scrittore nell'era moderna, per aiutare il lettore a orientarsi in un intricato labirinto di autori, e per offrire all'aspirante scrittore materiale su cui riflettere, per rispondere con sincera semplicità alla domanda: "Voglio davvero scrivere?".
Quando il telefono squillò, le persiane del soggiorno erano ormai spalancate, e Gustav trasalì, non aspettandosi di essere interrotto. 
<<Pronto?>>
<<Sono Martina. Hai visto che stasera Michele Papi presenta il suo ultimo libro?>>
<<Sì, lo devo aver letto da qualche parte...>>
<<È alle nove. Io vorrei andare. Ti va di venire?>>
<<Mah... ho ingranato così bene con la traduzione...>>
<<Non hai detto che volevi annusare da vicino il mondo letterario? Questo è uno che vende centomila copie a titolo. Stai pur certo che il mondo letterario ruota intorno a lui, stasera. Passami a prendere alle otto e un quarto. Meglio arrivare un po' in anticipo, se vogliamo sederci.>>
Gustav sospirò. <<D'accordo. L'ho detto. Lo farò.>>
<<Bravo il mio Gustav. A dopo.>>
Avrebbe preferito finire dilaniato sotto un treno, sbranato da una tigre, andare a mendicare in metropolitana, ignorato da alcuni e insultato da altri. Avrebbe preferito qualsiasi cosa, ma non una serata intellectual chic. Perché di quello si sarebbe trattato. 
A Milano non accadeva nulla di pubblicamente rilevante che non fosse frequentato da un'orda di gente alla moda. Inutile dire che Gustav non c'entrava niente con la moda. Non che se ne andasse in giro vestito come un pezzente, ma proprio non gli interessava cosa pensassero gli altri dei suoi abiti, dei suoi modi e delle sue frequentazioni. Malatesta gli aveva ripetuto più e più volte di non lasciarsi sfuggire con nessuno che non si teneva in forma con yoga e tai-chi, rispettando il feng-shui e diete vegetariane. Gli raccontava tutto quello che i veri VIP dovevano sapere, senza tener conto del fatto che Gustav era un perfetto sconosciuto, che aveva la malaugurata idea di fare lo scrittore.
Gustav era d'accordo con Guido che non poteva ignorare il panorama culturale che lo circondava, ma quello sottoculturale era convinto di poterselo lasciare sfrecciare di fianco senza degnarlo di un secondo sguardo. 
E ora eccolo lì, costretto a partecipare a una serata che si prospettava a dir poco sconcertante.

Guido Malatesta camminava avanti e indietro nel proprio studio, con il telefono cellulare in mano, indeciso se chiamare o meno Nightingale, per invitarlo alla presentazione di Papi. Di certo gli sarebbe servito frequentare un po' l'ambiente, e avrebbe facilitato il suo compito di agente, se fosse stato meno schizzinoso riguardo alle frequentazioni. Quindi, in teoria avrebbe dovuto chiamarlo. Sì, se non fosse stato assolutamente certo che si sarebbe rovinato la piazza con le sue stesse mani, con qualche commento stupido, dettato dalla sua integrità. Cosa voleva dire poi? Certo non si poteva definire uno scrittore tutto d'un pezzo, uno che scriveva racconti così frammentari. Mica era facile venderlo, uno così. Lo si doveva aiutare con un po' d'immagine. Ma pareva che a Gustav della propria immagine importasse come a Bruce Willis di un parrucchiere. E così Malatesta era combattuto. Selezionò il nome dalla rubrica e rimase a fissarlo qualche secondo di troppo. No. Non se la sentiva di servire a Gustav su un piatto d'argento la possibilità di beffeggiare i suoi metodi. Perché, a pensarci, di quello si trattava: mancanza di fiducia nel proprio agente. Bene, che andasse al diavolo. Almeno per quella sera.
Il cellulare gli squillò tra le mani, facendolo trasalire. Annina lampeggiava sul display. 
<<Pronto, tesoro? Sì sono ancora a casa. Adesso esco, ci vediamo a casa tua, dopo l'incontro, piccolina? Anche tu mi manchi, batuffolina mia. Bacio, bacio, bacio...>>
Un variopinto capannello di gente sul marciapiede indicava chiaramente quale fosse l'ingresso dello spazio che avrebbe ospitato la presentazione. Abitini in jersey, borse enormi, camicie maschili in lino... tutti indossavano gli abiti dell'intellettuale alla moda.
All'ingresso, un uomo smilzo con occhiali dalla montatura nera vendeva numerose copie del romanzo in oggetto. 
Gustav e Martina passarono oltre e cercarono due sedie vicine, non troppo distanti dal palchetto allestito per l'occasione. 
La gente vociava, e da quello che si poteva captare nell'aria sembrava che fossero tutti profondi conoscitori dell'autore. Della sua opera o di lui personalmente. 
<<Cosa hai letto di Papi?>> chiese Martina a Gustav bisbigliando per non farsi sentire dai vicini di sedia, mentre piegava in avanti la testa in modo che i lunghi capelli biondi le nascondessero la bocca.
<<Ho letto Il velo sugli occhi, che era anche ben scritto, ma il finale mi ha deluso. Perché in realtà non c'è un finale. Il protagonista lascia perdere. È uno sconfitto, che però non viene distrutto, semplicemente perché non va fino in fondo. Gli sarebbero bastati altri due capitoli per dargli un finale degno...>>
Martina produsse una risata isterica, rivolta alla coppia di amiche che sedeva di fronte a loro e che si era voltata in perfetta sincronia per dilaniare con lo sguardo l'eretico che aveva osato pronunciare l'eresia. Nel tempio, per giunta. 
Gustav e Martina si zittirono, finché un movimento concitato tra la gente segnalò l'imminente inizio della presentazione. Gli addetti ai microfoni sistemarono gli ultimi fili, aggiustarono la posizione delle sedie e dopo pochi minuti i protagonisti fecero la loro ascesa sul palchetto.
Sulla sinistra sedeva un noto giornalista di un noto quotidiano, in completo di lino retrò chic, occhiali dalla montatura in tartaruga, in tinta con l'abito, e in bella vista, il romanzo di Papi e un moleskine rigorosamente nero, in cui di tanto in tanto dava una sbirciatina, se per rinfrescarsi la memoria o per assecondare un tic nervoso non si riusciva a dire.
Sulla destra sedeva una nota giornalista di un noto settimanale, con abito in jersey dalla giusta fantasia anni Settanta e un'ampia borsa firmata, da cui iniziò a estrarre l'occorrente per l'intervista.
In mezzo, con l'aplomb di un cristo tra i due ladroni, Michele Papi, con i suoi indomabili ricci.
Prese la parola il noto giornalista.
Il discorso introduttivo era stato ovviamente preparato con cura, in modo da non escludere definizioni quali giovane talento, scrittura introspettiva, ritmo incalzante e autentica promessa letteraria.
<<Tra di voi ci sarà chi è ormai suo fedele lettore, o chi è qui per conoscere dal vivo l'autore del libro che ha appena iniziato a leggere. Michele, dicci un po', come concepisci le tue storie, che catturano un pubblico così vasto?>>
<<Innanzitutto ti ringrazio per le splendide parole con cui mi hai presentato. Le storie. Le storie, le immagino osservando la realtà. La realtà è spesso più sorprendente della finzione.>>
<<Oh, come è vero! E i tuoi personaggi?>>
<<I miei personaggi sono così reali, che a un certo punto prendono il sopravvento sulla volontà dello scrittore. Decidono loro cosa fare, come comportarsi.>>
<<Davvero sorprendente.>>
A questo punto prese la parola la nota giornalista, focalizzandosi con più attenzione sul romanzo in questione. Occhi di gatto.
<<La protagonista possiede questi occhi straordinariamente verdi che pare le permettano di leggere nell'anima della gente. Tu credi nell'esistenza dell'anima, o volevi essere critico nei confronti di chi dice di avere dei poteri extrasensoriali?>>
<<Sì, sì, io credo nell'esistenza dell'anima, che indossa il nostro corpo come un abito, un po' scomodo, a dire il vero. Infatti Matilda, che è poi gli occhi di gatto del titolo, è un personaggio estremamente positivo, che porta ordine dove c'era disordine. La critica è nei confronti di quei ciarlatani che dicono di avere dei poteri extrasensoriali, ma non li hanno affatto.>>
<<Giusto. Prima dicevi che ti basi sulla realtà. Conosci qualcuno come Matilda?>>
<<Beh, adesso vi svelo un segreto.>> Pausa a effetto. <<Matilda è la mia gatta. E sono convinto che legga nell'anima della gente. Distingue i buoni dai cattivi, lo si capisce chiaramente dalle simpatie e antipatie che sviluppa. È osservando lei che mi è venuta l'ispirazione per questa storia.>>
<<Ma questo è un vero scoop. Peccato che Matilda non sia qui con noi questa sera...>>
Gustav e Martina continuarono ad ascoltare come pietrificati. Annichiliti. 
L'interessante dibattito durò circa tre quarti d'ora, poi l'autore si apprestò ad autografare le copie vendute del romanzo.
Dalle ultime file, Guido Malatesta si avvicinò a Gustav e Martina, con in mano una copia del libro.
<<Che piacere vedervi qui. Allora, Gustav, che ne dici?>>
<<Lo rappresenti tu?>>
<<No. Sono qui per... lavorarmelo. Ssh. È un evento a cui non potevo mancare.>> Pronunciò l'ultima frase in tono un po' più alto rispetto alla prima. <<Adesso c'è una festicciola per gli invitati. Voi potete entrare con me, così ti presento qualche intellettuale>> si vide costretto a dire Guido, sperando in un netto rifiuto.
<<A dire il vero...>> iniziò Gustav.
<<Verremo con piacere>> lo interruppe Martina, che conosceva l'importanza delle pubbliche relazioni. 
Malatesta guaì come un cane da caccia colpito per sbaglio dal proprio padrone.
Il ricevimento si tenne in una sala attigua. 
Gustav e Martina, con un cocktail tra le mani, venivano introdotti da Guido a diversi ospiti, tutti piuttosto indifferenti. Sì, perché l'importante in certi circoli è rappresentare qualcosa. Qualcosa che non sia uno stereotipo come lo scrittore fallito o l'aspirante scrittore che dir si voglia.
A pensarci bene, sarebbe stato quasi divertente, se non fosse stato così imbarazzante.
<<Nightingale! Che nome interessante. E cosa fai di bello, canti?>> scherzò una ragazza con un bicchiere in mano, ironizzando sul significato del suo nome: usignolo.
Gustav accennò un sorriso incerto, sollevando solo un angolo della bocca. <<Purtroppo no. Però scrivo. In un certo senso sono attività molto simili.>>
<<Oh, e chi ti pubblica?>> chiese la ragazza, sempre più interessata.
<<Per il momento, nessuno...>>
<<Beh, allora è come se cantassi sotto la doccia>> tagliò corto la sconosciuta allontanandosi, mentre prendeva un sorso di vino.
Poi arrivò il turno di Papi. Alto sul metro e novanta, incuteva una certa soggezione. 
Sulle prime fu piuttosto gentile. 
<<Salve, salve! Sono contento che siate venuti. C’è davvero tanta gente.>>
<<Già, parecchia>> intervenne Martina, come per attribuire una traccia sonora all’espressione accondiscendente di Gustav.
<<Deve essere gratificante vedere tante persone interessate al proprio lavoro>> disse Gustav, a corto di argomenti.
<<All’inizio ti stordisce, poi ci fai l’abitudine.>>
<<Beh, mi lascerei stordire volentieri, ma non è un campo facile in cui farsi strada.>>
<<Scrivi?>> gli chiese Papi con sospetto.
<<Ci provo.>>
L’espressione di Papi cambiò. Non voleva elargire consigli ad aspiranti scrittori senza speranza. Ma non voleva nemmeno che qualcuno lo accusasse di snobismo nei confronti di chi nutriva invece stima per il suo lavoro. Se quello era lì, era perché lo ammirava, no?
<<Bene. Scusate, ma con tutta questa gente, devo fare gli onori di casa un po’ con tutti, e alla fine con nessuno. Sarò quello che si divertirà meno a questa festa.>> E con una risata forzata si allontanò.
Guido, mortificato, intuendo con estrema chiarezza la situazione, si liberò in fretta di Martina e Gustav, assicurando a quest’ultimo che l'indomani avrebbe chiamato. Ora doveva lavorare.
Business is business.

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