martedì 15 ottobre 2013

Fotoracconti - intervista a Lorena Brambilla



Oggi vi presentiamo la fotografa Lorena Brambilla, di cui ho avuto il piacere di ammirare le fotografie esattamente un anno fa, nel periodo della vendemmia, presso la cantina Manuelina, tra i colli di Santa Maria della Versa. Finalmente siamo riuscite a incontrarci, anche se solo virtualmente. Ma spero presto di poterla salutare, magari a una delle sua mostre, perché le risposte a queste banali domande della mia intervista sono davvero illuminanti e trasmettono tutta la sua passione. 

Come è nata la tua passione per la fotografia?

 La mia passione per la fotografia nasce da ragazza, una passione tramandatami da mio fratello. 

Con il passare del tempo è diventata parte di me e si è radicata nel mio modo d'essere. Al principio quello che mi ha spinto a fotografare è stata la curiosità verso la macchina fotografica, un oggetto che ha la straordinaria capacità di fissare per sempre immagini e ricordi. Se non ci fossero le foto molte delle nostre emozioni andrebbero perdute.
Ho iniziato a scattare con una Yashica, una delle prime macchine fotografiche analogiche. Mio fratello pazientemente mi prestava i suoi obiettivi. Dopo aver approfondito le nozioni basilari e aver consolidato le mie capacità ho deciso di acquistare una reflex digitale. Inoltre ho partecipato ad alcuni corsi di approfondimento e a dei workshop.
Non amo gli scatti posati (a parte quelli per esigenza still-life o food), mi piace cogliere l’attimo, lo scatto deve raccontare qualcosa ed essere capace, al tempo stesso, di trasmettere un’emozione.
Si rimane a bocca aperta ammirando le foto dei grandi maestri quali Henri Cartier-Bresson o Steve McCurry, ma in ogni caso penso fermamente che sia meglio non cercare di imitare uno scatto o una tecnica. Credo che ogni appassionato di fotografia debba ricercare e trovare un suo "modus" unico e particolare di raccontare attraverso lo scatto, di personalizzare la propria visione fotografica.

Seguo il fotografo Edoardo Agresti e mi piacerebbe molto, un giorno chissà, partecipare a qualche suo workshop.
Trovo molto belle le foto ritratto di un altro fotografo, Oliver Followie, soprattutto quelle in cui ritrae i volti di bambini raccolti nel suo libro “A misura di bambino”. Uno dei miei sogni è anche quello di poter andare a visitare la Bolivia e il Perù solo per riuscire a ritrarre i volti così intensi dei bambini. I loro sguardi e le loro espressioni sono per me un soggetto meraviglioso, una fonte inesauribile dalla quale attingere ed essere ispirata.

Nella fotografia, a volte o spesso, ci si trova in situazioni in cui non si ha il tempo materiale per pensare allo scatto. Si tratta di un “carpe diem”, occorre saper cogliere l’attimo perché l’evento da fotografare fugge via, non lo si può fermare e nemmeno far tornare indietro per "rimetterlo in posa"! 
In questi casi la conoscenza della tecnica è fondamentale, bisogna essere pronti con l'attrezzatura e l'obiettivo giusto.
Diversamente, quando si ha in mente un progetto ben definito, si può impiegare tutto il tempo necessario per riflettere e agire con calma, apportando cambiamenti, provando e riprovando fino a quando non si è pienamente soddisfatti del lavoro svolto.
Per me la fotografia è tutto questo: "è l’insieme di mente e cuore, passione e calore, tecnica e occhio".


Quali sono le fotografie che scatti più volentieri (ritratti, paesaggi, dettagli, natura, sport...)? E perché?

In verità mi piace fotografare un po’ tutto dove per “tutto” intendo cose capaci di attirare la mia attenzione e di fermare l'emozione che creano in quel determinato momento.
Prediligo natura, paesaggi, ritratti di persone, ma i particolari, i dettagli sono quelli a cui dedico più tempo e cura.
Mi piace cogliere momenti di vita quotidiana nelle persone, soprattutto quando sono a zonzo per la strada. Non sempre, anzi diciamo pure raramente, riesco a fare mio lo scatto catturandolo e cogliendo proprio l'attimo che volevo.
Ultimamente mi sono avvicinata alla fotografia di Food che trovo molto stimolante. Per conoscere meglio l'argomento ho deciso di partecipare a dei workshop a tema ed infine ho realizzato alcuni scatti per una mostra di Food itinerante.
La fotografia di Food ti insegna a gestire la luce al meglio. Un dettaglio da non sottovalutare e a cui nessun fotografo può rinunciare.
Ho partecipato a diverse mostre collettive e ho realizzato mostre personali: “Cioccolato in mostra”, “Grappoli violacei a Dioniso”, Sguardi di donna”.
In cantiere ce ne sono altre....






Come scegli di realizzare una foto in bianco e nero o a colori?

La scelta avviene per lo più durante il lavoro in post-produzione. Di norma prediligo convertire in bianco e nero le foto che ritraggono persone e quelle di danza.
Foto che mi danno una diversa sensazione se realizzate in bianco e nero, perché catturano un particolare stato d’animo vissuto in quel momento. Le foto in bianco e nero hanno quel qualcosa in più che una foto a colori non riesce a trasmettere. L'assenza dei colori dà maggior spessore all’immagine rendendola più profonda e mette in luce l'attimo che rappresenta.
Una foto scattata in bianco e nero difficilmente risulta banale agli occhi di chi la guarda.

Che progetti fotografici hai in serbo per il presente o per il futuro?

In serbo ho altri progetti per alcune mostre collettive e personali, alcuni già iniziati e ormai in via di definizione, altri in forma embrionale ancora da studiare, verificare e soprattutto attuare.
Mi piace molto lavorare ad un progetto che mi gratifichi non solo per la riuscita fine a se stessa di una mostra, ma anche per la fase di ideazione, pensando ogni singolo scatto.
Un progetto a me molto caro, su cui medito da circa un paio d’anni, è quello di raccontare in scatti la vita del mio papà. Visitare i luoghi del suo passato e con foto, anche di repertorio, documentarne la vita. Lo so, è un progetto alquanto ambizioso e difficile da realizzare, ma i sogni sono a volte realizzabili, occorre solo non lasciarli per sempre nei cassetti!
Con il digitale si finisce per tenere le foto in archivio sul pc, le esposizioni danno modo di poter mostrare un lavoro in cui hai creduto a prescindere che piaccia o meno al pubblico, ma la soddisfazione di vedere in stampa le proprie fotografie è davvero grande.
Devo dire che ho iniziato così, quasi per gioco, a realizzare la mia prima mostra personale, l’amico e collega Mimmo mi sprona e mi sostiene moralmente in ogni mia mostra; non è da poco avere qualcuno che crede nella tua fotografia.
Mi piace tutta la fase di costruzione che c’è per arrivare al fine di una mostra personale, a partire da quella iniziale, ovvero l’idea che ti scatta nella testa, le verifiche e valutazioni per poterla attuare, la ricerca del soggetto, i contatti con le persone, il reportage fotografico, la scelta degli scatti, la stampa e l’attesa di ritirare i pannelli e il giorno fatidico dell’inaugurazione.
Tutto questo ti porta a conoscere persone nuove, con alcune delle quali instauri rapporti d'amicizia, entri nel loro mondo, conosci le diverse realtà che le circondano, sia lavorative sia non, e si crea sostanzialmente un certo feeling che diventa quel valore aggiunto per il risultato finale.

Domanda obbligatoria in ogni nostra intervista: qual è il tuo libro preferito? 

Uno dei miei libri preferiti è assolutamente questo: Un bambino chiamato “cosa” di Dave Pelzer, la narrazione di una storia accaduta realmente. Di certo è un libro la cui lettura fa male al cuore ogni volta che lo si legge (almeno a me fa questo effetto). Un libro importante e vero, che mi sento di consigliare a chiunque. La storia di Dave Pelzer non è solo una testimonianza della sua atroce infanzia, è la testimonianza di una vittoria sul male, difficile da dimenticare! È un libro che tutti dovrebbero leggere, per conoscere le atroci ed oscure verità che a volte si celano nelle famiglie, ma soprattutto per credere che lo spirito, il coraggio e la bontà possono sempre trionfare.

Perché i “malvagi” trionfino, è sufficiente che i “buoni” rinuncino all’azione. (Edmund Burke)

Per altre foto ad alta intensità, visitate il suo sito.


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