lunedì 14 ottobre 2013

Parole in rete (e anche no)


Le parole hanno l'odiosa tendenza a sfuggire, a volte, come pesci nel mare, come farfalle intorno a un albero in fiore, e non importa se si ha in mano un bel retino e lo si brandisce con grazia, le parole non si lasciano catturare. Non è che non si sappia che cosa dire, è solo che non si trovano le parole giuste per esprimere esattamente quello che ci frulla in testa, e allora, per non rischiare di essere fraintesi, si sta zitti. E non si scrive. 
Le parole possono essere speciali, così come banali, a seconda di come le si usa. E non c'è niente di peggio per uno scrittore che banalizzare i propri pensieri con parole inadatte.

Parlo del blocco dello scrittore e in particolare sto parlando di me. Anni fa scrivevo almeno un racconto a settimana, ora quando ne inizio uno non riesco nemmeno a finirlo, insoddisfatta di come l'ho iniziato.
Ho passato mesi a credere di non avere un'idea vincente, di quelle che spaccano. Ma non è affatto così, quello di cui scrivi poco importa, è come lo rendi vivo sullo schermo o sulla carta che lo rende irresistibile. E per fare ciò bisogna avere nel retino le parole giuste, che si combinano a formare quell'incipit perfetto, o almeno sufficientemente interessante, da dare slancio alla narrazione.
Ora, io non so come afferrarle, quelle parole, ma suppongo che la concentrazione possa giocare un ruolo centrale. Non perdere di vista l'obiettivo, anche quando si ascolta una conversazione banale sul tempo.
Tutte le farfalle sono belle, anche quelle con semplici ali bianche, quando volano intorno ai fiori. E allora forse eccolo il segreto. Mollare il retino e seguirle con il solo scopo di godere della loro bellezza. E le parole per descriverle voleranno da sole sulla pagina.

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