martedì 20 marzo 2012

Pecore nere - Capitolo 9


Capitolo 9
La prima persona che incontrarono davanti al Rathaus fu Guido Malatesta. Benedizione o persecuzione? Gustav gli sorrise, ma sapeva che questo significava solo che avrebbe dovuto subire la scocciatura delle pubbliche relazioni. Sembrava che per lui non esistesse altro.
Guido chiuse con un bacio la conversazione telefonica che era in corso e lo squadrò da capo a piedi annuendo. <<Bene, sei vestito nel modo giusto, oggi>> disse, riferendosi alla giacca sportiva su sneaker di tela e pantaloni semi-seri.
Martina alzò gli occhi al cielo. <<Certo che voi pseudo-intellettuali siete vanitosi come checche isteriche.>>
<<Non ti pare un commento politicamente scorretto?>> la investì Guido.
<<Sì, sì. Cerco di evitare tutto ciò che è noioso.>>
Continuando a sorridere, Gustav invitò gli altri a entrare.
Le sedie, disposte ordinatamente davanti al tavolo con i microfoni, erano già occupate. Malatesta li guidò il più vicino possibile alla prima fila, e lì sostarono in piedi, dove tutti potevano vederli. 
La visibilità era una questione che premeva molto a Malatesta. 
Quel pomeriggio la parola spettava ai traduttori, ma tra il pubblico Gustav riconobbe un paio di facce d'autore. 
Non c'erano solo traduttori italiani, al tavolo, ma da tutta Europa. Qualcuno di loro probabilmente aveva tradotto i romanzi di Papi e Silvio Sovrani, lì presenti. 
Il dibattito ebbe inizio e si espressero numerosi concetti interessanti. 
Quello che a Gustav piacque di più fu il paragone tra il traduttore e la voce di un doppiatore. L'idea di essere la "voce giusta" di un grande autore dava speranza alle sue velleità autoriali.
Un paio d'ore più tardi, la folla di ascoltatori si riversò di nuovo in piazza e Guido non si lasciò sfuggire l'occasione di presentare di nuovo Gustav e Martina ai due autori italiani più venduti del momento.
<<Gustav è un traduttore di grande pregio, sapete? E ha in cantiere un romanzo che promette davvero bene.>>
Gustav sorrise imbarazzato, perché il suo romanzo era in alto mare. <<Sì, beh, in questo momento sono più concentrato sui racconti...>>
<<Peccato!>> esclamò Papi. <<In Italia i racconti non interessano molto gli editori. Per qualche misterioso motivo, non si vendono bene, pare. Sarà dura per te riuscire a piazzarli a qualcuno.>>
<<Beh, sai, spero solo che a qualcuno piacciano.>>
<<Oh, ma quello non basta. Non basta.>>
Martina lesse chiaramente sul volto di Gustav l'espressione della consapevolezza. Sapeva bene anche lui che sarebbe stato difficile trovare qualcuno interessato ai suoi racconti. Non prima che fosse diventato qualcuno, letterariamente parlando. Ma il romanzo proprio non ingranava. 
Martina represse l'istinto di abbracciarlo. Non sopportava di vederlo così, ma sapeva che lui non voleva essere commiserato. 
Papi e Sovrani stavano dissertando con Malatesta sui traduttori, e Gustav fece cenno a Martina di seguirlo. 
<<Non sarà educato svignarsela così, ma non lo sarebbe stato nemmeno saltargli al collo. Non potrò mai essere come loro. Forse mi manca proprio la stoffa dello scrittore.>>
<<Essere molto sicuri di sé aiuta senza dubbio a vendersi meglio, ma tu scrivi delle buone cose. Saranno migliorabili, ma sono comunque buone. Mi rifiuto di credere che l'immagine che dai di te faccia la differenza. E poi... non sei mica così male.>>
Gustav sorrise. <<Potrei anche avere la faccia di Jude Law, ma se non so essere convincente in quello che scrivo...>>
<<Perché hai detto Jude Law?>>
<<Come?>>
<<Niente, niente. Ti va un bel tè con qualche torta tirolese? Fammi da cicerone>> disse Martina per cambiare subito argomento.
Davanti al tè fumante e a due fette di strudel di mele caldo, in una Stube con panche di legno e stufa in maiolica, la vita aveva tutto un altro sapore, e colore. 
Martina non riusciva a togliersi dalla testa l'eco delle parole "avere la faccia di Jude Law". Anche Gustav le sembrava diverso. Ma no, no, certo non era Jude Law.
Tra libri, scrittori e cibo di ottima qualità la serata trascorse velocemente, e senza nemmeno rendersene conto arrivarono a mezzanotte. Ora di andare a dormire, come nella migliore tradizione fiabesca. Il fatto di dividere una stanza matrimoniale rendeva imbarazzante per Martina proporre di andarsene a letto. 
<<Okay, ora di ritirarsi>> iniziò Gustav.
<<Sì, è meglio.>>
<<Come devo comportarmi se l'unica camicia da notte che hai portato è corta e trasparente?>> scherzò Gustav, che si divertiva a mettere Martina in imbarazzo.
<<Mettiti il cuore in pace. Ho un pigiama che non lascia scoperte nemmeno le caviglie.>>

Martina è sul sedile del passeggero di un SUV non meglio precisato, di colore blu. Al volante Jude Law, che le tiene una mano sul ginocchio, e dietro, intento a giocare da solo, e a guardare di tanto in tanto fuori del finestrino, un bambino non meglio descrivibile. Figlio di Jude. Stanno cercando parcheggio, e ripercorrono più volte la stessa strada, nell'isolato intorno alla casa dove Martina è attesa a cena.
Jude la accompagna soltanto. È chiaro che sono amanti. Fanno un altro giro. Davanti alla casa è già parcheggiata la macchina di Gustav. 
<<Forse puoi fermarti qui>> suggerisce Martina, indicando uno spazio ampio su un piazzale, dietro ad altre macchine. <<Intanto riparti subito.>>
Jude ferma l'auto. Si baciano per un lungo istante, che rievoca i momenti passati insieme. 
Martina scende dall'auto ed entra nella casa dove è attesa. Dall'ingresso, quattro scalini conducono a un salone ampio, con alte colonne.
Gustav è in piedi e la guarda avanzare.
Gli altri, non meglio definiti, la accolgono entusiasti, perché hanno letto la sua traduzione di un brano de La tempesta e l'hanno trovata tutti straordinariamente sbalorditiva. 
Martina si stupisce di questo caloroso benvenuto. Si guarda intorno spaesata e non sa come conciliare ciò che era fuori dalla porta con ciò che è lì dentro.
Non sa. Non sa.
Oddio, cosa...

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