lunedì 21 maggio 2012

Pecore nere - Capitolo 19



Capitolo 19
Scrivere è un'attività per gente coraggiosa. A volte il grande pubblico pensa che tutti siano in grado di raccontare storie, basta avere un po' di fantasia. Ma non è affatto così. Il vero scrittore, anche uno scrittore di gialli come me, non racconta storie, le trasuda. Sono idee che matura nel suo profondo, quelle che poi deve trovare il coraggio di mettere sulla carta. Scrivere è una sorta di esorcismo con cui lo scrittore si libera dei fantasmi che si porta dentro. 
E già questo passo è qualcosa di molto coraggioso.
Ma non è finita. Una volta che ha scritto il suo romanzo, lo dovrà proporre agli editori. E non è affatto scontato che riesca a farlo pubblicare.
Ma se è un vero scrittore non smette di credere in se stesso, perché sa che le parole scritte su quei fogli hanno l'odore e il sapore del suo sangue e della sua carne.
Il mattino seguente Martina ci aveva lasciato in caldo delle uova strapazzate e dei baked beans, pane pronto per essere tostato e marmellata di arance amare fine cut. Sul biglietto azzurro in centro al tavolo aveva scritto: una colazione inglese quasi vera. Tenetevi leggeri a pranzo, questa sera si cena a Notting Hill. Buona giornata
<<È davvero carina, Martina, non trovi? Così piena di vita, così ospitale...>> Gustav aveva ancora il muso lungo, così cercai di sdrammatizzare.
<<È una domanda trabocchetto?>>
<<Che vuoi dire, scusa?>>
<<Vuoi che dica che sì, è carina, per rinfacciarmelo alla prima necessità? È una mia amica. Una carissima amica. Ti basti.>>
Rimasi sbalordita. Mi sembrava di avere davanti una persona mai vista prima, come se Gustav fosse stato posseduto dallo stereotipo dell'ordinario maschio di mezza età all'italiana. <<A te basti sapere che ho dei programmi per la giornata che non ti coinvolgono. Ho voglia di rilassarmi, godermi la città, il sole, i parchi e quant'altro. Ci vediamo qui verso le cinque o le sei.>> Mi voltai verso il bagno per farmi una doccia, mentre lui già tentava di scusarsi, in qualche modo maldestro che non fu sufficiente a destare la mia attenzione.
Un'ora più tardi ero sola con la mia mappa della città, la mia guida e la mia fedele Canon al collo, pronta a immortalare ogni aspetto significativo della giornata. 
Iniziai con un auto-scatto. 

Gustav aveva dormito poco e male, pensando alla proposta di Martina. Non era una cattiva idea, certo. Sempre meglio che tenere il manoscritto a marcire in un cassetto. Ma lui aveva voluto scrivere in italiano per un motivo preciso. O forse era solo un modo per sfidare Barbato... certo l'idea di scrivere in italiano era nata prima di conoscerlo, ma l'ostinazione... Forse gli italiani non volevano autori italiani. Era per quello che c'era tanto spazio per delle novità nella loro lingua, in linea di principio. Non era per mancanza di scrittori di talento, ma per mancanza di volontà di pubblicarli. 
Certo che per uno che si reputava mediamente intelligente, era proprio stupido. Aveva dovuto sbatterci il naso, per credere a tutto quello che gli aveva sempre raccomandato Guido. Sapeva fare il suo lavoro, e il fatto che a Gustav la verità non piacesse non la rendeva meno vera. 
E ora si era pure fatto piantare in asso da Rossella. Aveva provato a chiamarla, ma il cellulare era spento. Perché poi l'aveva trattata così? 
Alle due del pomeriggio si fece trovare davanti allo studio di Martina.
<<Che ci fai qui? E dov'è Ross?>>
<<Vuoi anche un po' di sangue?>>
<<Che le hai detto? L'hai fatta arrabbiare! Ti ha parlato della mia proposta e te la sei presa con lei.>> Lo fissò per qualche istante. <<E te la sei pure persa. Speriamo solo per oggi e non per sempre. Perché un'altra così è difficile che esca con un rompicoglioni come te.>>
<<Hai finito? Mi fai entrare nel tuo ufficio?>>
<<Prego, ma non c'è niente da vedere, qui. Inoltre ho un appuntamento con un collega tra mezz'ora in caffetteria, per parlare di un corso. Non ho tempo per te Gustav. Che c'è? È grave?>>
<<Ho pensato alla tua proposta.>>
Martina lo guardò senza emettere suono, in attesa.
<<E ho deciso di accettare. In fondo non ho nulla da perdere.>>
<<Bene! Quando sei pronto, ti metto in contatto con Patrick, che a sua volta ha dei contatti utili. Adesso speriamo di avere l'occasione di annunciare la buona notizia a Rossella.>>
<<Sei una piattola. Intorno alle cinque o alle sei si farà trovare a casa tua. Contenta?>>
<<Sì. Significa che non mi ritiene responsabile della vostra lite. E ora smamma. Ciao.>>
<<Non sei poi così ospitale come sostiene lei.>>
Dopo essermi persa per almeno un'ora nella sala della Tate Britain dedicata a William Blake, estasiata dalla genialità di quell'uomo visionario, avanti di almeno un secolo sulla sua cultura, uscii d nuovo all'aria aperta, e passeggiai lungo il Tamigi, verso Pimlico, fermandomi di tanto in tanto ad ammirare l'acqua. In lontananza, a ovest, si vedeva lo skyline della City, con il Cetriolo a testimoniare la vitalità architettonica di una città in continua trasformazione, seppur sempre fedele a se stessa. 
Con la Tube arrivai in Sloane Square, concedendomi poi una scorpacciata di vetrine lungo King's Road. Poi, attirata da una via più silenziosa, tagliai verso nord, in Old Church Street. All'incrocio con Fulham Road, i colori di un negozio di fiori mi fecero inquadrare e scattare, e sempre in cerca di un angolo suggestivo da immortalare, mi ritrovai per caso davanti all'Anglesea Arms, scoprendomi d'un tratto affamata. I fiori appesi al portico esterno lo rendevano particolarmente invitante per una donna sola in una zona sconosciuta di Londra. All'interno, qualche tavolo di colleghi in pausa pranzo, e seduto sugli sgabelli, alle isole centrali, qualche solitario con una birra e un giornale, probabilmente in attesa di tornare in ufficio. Ordinai un sandwich e una mezza pinta di London Pride. Il barista tentò di fare lo spiritoso, ma io afferrai il senso delle sue battute quando ormai aveva lasciato perdere. Il mio si chiama inglese a scoppio ritardato.
Approfittai della pausa per scrivere sul mio quaderno.
È necessario sapere sempre dove si vuole andare a finire? Il mio giro semi improvvisato di oggi è stato molto fruttuoso. Quanto è necessario rimanere fedele al proprio progetto iniziale, se lungo la strada qualcosa di inaspettato attira la nostra attenzione?
Quando verso le sei feci ritorno in Lamb's Conduit Street, trovai ad aspettarmi Gustav, seduto in cucina con in mano un mazzo di fiori e un pacchetto regalo. Lo fissai senza dire niente, senza sorridere. 
<<Scusa, sono stato mostruoso. Non sto a giustificarmi, perché intanto non importa. Sappi solo che ho pensato a quello che mi hai detto ieri sera, prima di dormire, e ho deciso di accettare la proposta di Martina. Mi perdoni?>>
<<Dov'è Martina?>>
<<Probabilmente entrerà da quella porta a minuti>> rispose indicando l'ingresso, <<quindi sbrigati se mi vuoi dare un bacio.>>
Quella faccia da schiaffi si meritava ben altro che baci, ma ho sempre avuto un debole per le facce da schiaffi.
Accettai i suoi regali, baciandolo delicatamente sulle labbra, e pentendomi immediatamente di non aver optato per un albergo per la nostra sistemazione.
Il ristorante in cui ci portò Martina si chiamava The Twelfth House. Ci fecero accomodare al piano di sopra, dove subito mi resi conto che la dodicesima casa si riferiva a qualcosa di astrologico. Alle pareti insolite rappresentazioni di segni zodiacali, e nel menu la possibilità di farsi tracciare una mappa astrale.
<<Vi ho portato qui perché possiate riflettere sul destino, sul karma, e credere che quello che volete realizzare probabilmente è ciò che dovete realizzare.>> Alzò il calice di vino bianco, e noi la imitammo, io incantata e Gustav divertito. <<Ai nostri felici e fruttuosi destini.>>
It was a foggy day, and the air was white with light. Not exactly a perfct day for a new beginning, but one can't choose the moment when real change sets in. The only thing Lorenzo was sure about, that day, was that he couldn't see his own feet while walking in... 

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