martedì 1 maggio 2012

Pecore nere - Capitolo 15

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Capitolo 15
Milano era insolitamente ventosa, quel giorno. Procedere in bicicletta senza guanti era un po' come immergersi nelle acque della Manica senza muta, nel mese di settembre. Poco piacevole.
Gustav aveva seguito un percorso di strade secondarie, ma poi aveva dovuto cedere al traffico. Vista l'assenza totale di piste ciclabili, si era visto costretto a optare per il largo marciapiede, per evitare di essere investito. E a un certo punto decise di smontare da sella e procedere portando la bicicletta a mano, per evitare di falciare qualche pedone. 
Finalmente arrivò in Via Tagliamento, entrò nel cortile indicato dal numero civico 9 e parcheggiò il mezzo. 
Fu a quel punto che lo vidi, dalle ampie vetrate del piccolo loft che avevamo trasformato in ufficio ormai da qualche anno. 
Era infreddolito, quando varcò la soglia, così gli offrii subito un tè caldo.
<<Non sarà un perfetto tè all'inglese, ma si lascia bere.>>
<<Oh, non credere che noi inglesi lo prendiamo con tante cerimonie, nel privato. Non siamo giapponesi>> scherzò.
<<Gradisci del latte?>>
<<Nero va benissimo. Comunque grazie per non avermi offerto del limone. Mille punti per te.>>
<<Non sono inglese, ma mi piace viaggiare, e l'Inghilterra è una delle mie terre preferite. Inoltre ho un amico giapponese che mi ha insegnato, se non che cosa fare, almeno che cosa NON fare con una tazza di tè.>>
Sorseggiò con eleganza, in attesa che io introducessi l'argomento per cui aveva attraversato un buon tratto di una città resa inospitale dal traffico.
<<Allora, è da molto che conosci Guido?>>
<<Purtroppo, sì. Cioè, nel senso che è da molto che mi rappresenta come agente, ma ancora non siamo riusciti a trovare un editore. È scoraggiante, credimi.>>
<<Oh, lo so bene. Sai perché io e la mia socia abbiamo fondato la casa editrice? Avevamo l'illusione, non tramontata del tutto, di offrire al pubblico quello che gli editori tradizionali non vogliono rischiare di pubblicare. Perché è un lavoro rischioso, quello dell'editore. Ci sono un sacco di spese da sostenere, prima di avere la minima idea di quanto riuscirai a incassare. Questo vale soprattutto per gli editori di dimensioni minuscole, come noi. Ma quando un editore grande rischia di pubblicare un esordiente dal talento speciale, non comune, difficile, questo si perde nel mare magnum della produzione industriale di libri. E di certo non si decide mai di promuovere uno sconosciuto, a meno che non si possa dire, magari gonfiando un po' la verità, che all'estero è già diventato un caso letterario. Questo ci riporta dritto, dritto alla difficoltà per un aspirante scrittore italiano, anche di talento, prima di tutto di pubblicare, ma dopo che ha pubblicato, di sfondare. Se mi passi il termine da avanspettacolo.>>
<<Sì, certo, faccio il traduttore. Conosco l'ambiente. È proprio così.>>
<<Come ti accennavo ieri, noi siamo interessate al tuo lavoro, perché ci permette di pubblicare dell'ottima prosa, senza tradire la poesia. I tuoi mini-racconti sono poesia in prosa. La raccolta che mi ha passato Guido mi è piaciuta tutta. Però è molto breve. No, no, non fare quella faccia. Apprezziamo la brevità dei tuoi racconti, ma ci siamo chieste se potresti aggiungerne un paio, accompagnati, magari da qualche poesia, stile poesia zen o tanka.>>
Mi fissò annuendo per qualche secondo. Poi disse: <<D'accordo>>.
Niente altro. Non disse nient'altro. 
Io mi alzai per chiamare la mia socia, che si occupa dei contratti. E lì, sui due piedi, Gustav Nightingale si impegnò a consegnarci il manoscritto arricchito come richiesto, entro tre mesi. 
Insistette affinché non fossero più di tre mesi. <<Per non perdere tempo a riscrivere troppe volte il mio lavoro. Si butta giù, si lascia riposare e si rivede. Basta. Oltre si rischia di cambiare totalmente il progetto, perché nel frattempo sono successe altre cose, che ti hanno reso un po' diverso da com'eri quando hai scritto ciò che hai scritto.>>
Si complimentò con noi per la calda eleganza del nostro spazio lavorativo e si accomiatò. 
<<Tipo strano>> commentò Adele.
<<Sì, è un tipo strano, molto arrabbiato e con qualcosa da dire. È l'autore che ci serve.>>


Se Gustav era deciso a non rispondere al telefono, Martina lo avrebbe colto di sorpresa nel caffè poco distante da casa, dove passava molti pomeriggi con penna e quaderno per prendere appunti sui personaggi che gli passavano davanti in carne e ossa. Già, Milano era piena di personaggi, e forse era per quello che Martina si sentiva così. L'unica persona vera che conosceva a un certo punto era apparsa diversa. E ora Martina non sapeva più quale dei due Gustav fosse quello reale.
Entrò nel caffè e lo vide accartocciato in un angolo a scrivere freneticamente sul suo quaderno. La fase di osservazione era evidentemente finita. 
<<Gigi, un chococaffè lungo. Mi siedo là con Gustav, grazie>> disse al barista togliendosi il basco e rivelando così corti capelli verdi.
Lui non la notò avvicinarsi, e quando alzò la testa un sorriso spontaneo tradì la sua gioia di vederla. Era proprio pessimo nella parte del sostenuto. <<Ehi Martina, che fai qui?>>
<<Sembrava l'unico modo per parlarti.>>
<<Sì, lo so, scusa. Sono stato introvabile in questi giorni. Ho una grossa novità, ma non ero sicuro che tu volessi sentirla.>>
Martina rizzò le antenne. Gli occhi scuri le si illuminarono. <<Sento profumo di contratto!>> esclamò.
<<Hai fiuto.>>
<<Gustav, è meraviglioso. Come hai potuto pensare che non mi interessasse? ...>>
<<Be'...>>
<<Okay, okay, sono stata un po' scostante, ma non è un momento facile per me. Tutt'altro.>>
<<Ehi, che c'è? Perché quella faccia?>>
<<Gustav, sto vivendo un periodo di indeterminatezza assoluta. Credo sia per quello che ho reagito così all'episodio in montagna. Non riesco a stabilire chi sono. A fermarmi. Sono un po' come un isotopo instabile di me stessa. Potenzialmente pericolosa.>>
Gustav la guardava impotente.
<<Quello che provo nei confronti delle persone, delle situazioni, cambia ogni giorno, anche più volte in un giorno. Cambio stanza, ed è come se cambiassi umore. Siamo tutti sfaccettati, me ne rendo conto. Ma è come se io non riuscissi a conciliare i miei diversi modi di essere. È lacerante.>>
<<Immagino di sì. Che vuoi fare in proposito? Magari un bravo psicologo potrebbe aiutarti. O forse è solo un momento di stress. Hai solo bisogno di una vacanza...>>
<<No, non è un momento. È una cosa che mi porto dietro da sempre, solo che ultimamente sta peggiorando.>>
<<Quindi?>>
<<Quindi è ora che io vada nel luogo a cui sento di appartenere. Domani faccio domanda per un posto alla London University. So che stanno cercando qualcuno specializzato in teatro elisabettiano per il prossimo semestre.>>
<<E mi lasci qui, da solo?>>
<<Devo farlo, Gustav. Tu sei il mio unico vero amico. Non credo che qualche centinaio di chilometri di distanza e una fascia di fuso orario potranno allontanarci. E poi, dopo che avrai fatto vedere chi sei a questi italiani, potresti sempre raggiungermi là.>>
<<Affare fatto. Non so se posso sopportare Guido senza il tuo supporto>> scherzò Gustav.
Il chococaffè arrivò e Gustav sollevò la propria tazza di tè in un brindisi fumante.
Agli inizi.


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