lunedì 6 giugno 2011

Chi ha paura del lupo cattivo?


Non so voi, ma io poche volte nella mia vita ho avuto paura come quando ho visto per la prima volta Malefica richiamare a sé tutte le forze del Male per trasformarsi in Drago e sconfiggere il sublime richiamo d'Amore sapientemente - e rigidamente oserei dire - impersonato dal Principe Filippo. Lui, l'eroe per eccellenza, il Principe dalla sfavillante armatura che si ostina a pensare che con un solo, semplice bacio riuscirà a salvare la sua Bella Addormentata. Forse la salverà dalla strega cattiva, ma non certo dal grigiore di una vita matrimoniale piatta e solitaria in un castello enorme e molto probabilmente assai umido. Amore e Morte, Bene e Male si scontrano in una battaglia all'ultimo sangue, e anche se si sa già come andrà a finire, questo non vuol dire che la visione di quel cartone non mi abbia procurato notti insonni e incubi notturni, fino a non molti anni fa.
Certo, un film d'animazione ha la potenza evocatrice delle immagini dalla sua, tuttavia io ricordo sessioni di lettura terrificanti dominate da sinistre figure come Barbablù, la strega di Hansel e Gretel e i genitori di Pollicino. Fino ad arrivare alla figura più di tutte, il simbolo per eccellenza della paura formato bambino: il lupo di Cappuccetto Rosso.
Premetto subito una cosa. Io credo nel potere salvifico della parola, credo che le fiabe per bambini abbiano lo scopo e il dovere di esorcizzare paure, consolidare propositi e buoni principi, aiutare nei momenti di sconforto, radicare valori. Credo che il modo assolutamente naturale e totalizzante con cui un bambino si identifica nelle storie che legge lo aiuti a dare voce alle proprie emozioni e, nel caso della paura, a dare nomi e volti concreti a ciò che più lo spaventa. E, grazie alla forza dell'immaginazione, sconfiggerli. Non credo che le favole debbano essere edulcorate, inzuccherate, indorate, perché il loro scopo principale è rappresentare la realtà con il linguaggio della fantasia. E signori, la realtà là fuori è tutt'altro che dolce!
Tuttavia, lasciatemelo dire, Cappuccetto Rosso è un campionario di crudeltà e sadismo. Il lupo si magna la nonna, bella intera con la camicia da notte, poi si sgagna la bambina con tanto di cestino e mantellina, poi bello pieno e soddisfatto si addormenta finché non lo becca il Cacciatore che lo apre in due come una salamella senza nemmeno un minimo di anestesia locale. Converrete con me che la realtà farà pure schifo, ma questo supera ogni senso della decenza!
Se ne dev'essere accorto anche Bruno Munari, che da bravo amico dei bambini qual è, interprete delle loro esigenze emotive più profonde, ha sfornato per loro non una, ma tre versioni diverse della suddetta favola: Cappuccetto Verde, Cappuccetto Giallo e Capuccetto Bianco, tutte edite da Corraini.





Nelle prime due il lupo esiste, ma viene neutralizzato prima che possa nuocere a chiunque non da un intervento ex machina di un Cacciatore qualsiasi, ma dagli amici di Cappuccetto, la rana Verdocchia del bosco Verde, e i pennuti metropolitani della città Gialla. L'amicizia come valore supremo quindi. Affidati alle persone che ami e non sarai mai solo.
In Cappuccetto Bianco la storia è un po' diversa. Il lupo c'è ma non si vede, ricoperto da una soffice coltre bianca purificatrice che nasconde agli occhi di un lettore disattento quasi tutto. Ma non a un bambino: il bambino sotto tutta quella neve intravede gli occhi di Cappuccetto, intravede la panchina di pietra, intravede i contorni dell'aiola. Sente la presenza del lupo, ma non lo vede, sepolto da tanta neve. Povero lupo! E adesso cosa farà? Nemmeno il lupo vede Cappuccetto Bianco, che arriva a casa della nonna ma non la trova. C'è solo un cartello: Partita per l'Africa Nera. Non piangere.
Mai vista tanta neve!
E anche la paura del lupo cattivo è stata spazzata via da tutto quel bagliore.
Potere della letteratura.

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