mercoledì 9 marzo 2011

Che la festa abbia inizio!

Esistono molti modi di festeggiare. E soprattutto tanti, tantissimi pretesti. Personalmente credo che ogni occasione sia buona per dare una festa. Si può festeggiare un compleanno o un nuovo lavoro, un divorzio o una folle giornata di presunta diversità, una nuova passione o un vecchio amore finalmente evaporato. Una notizia inaspettata. O la fortuna che bussa alla porta.
Che la festa si svolga fuori o dentro di noi, tra litri di birra o vani propositi di redenzione, per molti spesso accompagna un passaggio, una rottura, o perlomeno l'ardente illusione di un cambiamento.
Per pochi, fortunati eletti no.
Per loro la festa comincia dove finisce il giorno e ha già in sé le motivazioni intrinseche del proprio esistere. Nessuna giustificazione, nemmeno qualche scusa banale. Si festeggia per il semplice fatto di essere vivi. Ancora una volta.

A questo gruppo di privilegiati appartiene la band canadese You say party! We say die! Per loro festeggiare è un atto quasi mistico, un inno alla sacralità del superfluo. Me lo dimostra l'Overture che apre il loro disco d'esordio (se non si considera l'EP autoprodotto Dansk Wad) Hit the floor, del 2005, dove su cori angelici e suoni di campane si inserisce un basso, prima discreto, poi sempre più spasmodico. Poco dopo, un'esplosione improvvisa sovverte i canoni di armoniosa tranquillità con cui si era aperto il pezzo.
Signore e signori, la rivoluzione è cominciata!
Le tracce si susseguono con ritmi e battiti sempre più veloci, come nella migliore tradizione punk; chitarre sincopate, una batteria che sembra rincorrere gli altri strumenti in una danza forsennata, riff taglienti e una tastiera che si innesta nel tessuto melodico con il preciso intento di sorprendere fanno il resto.

La musica di questo quintetto di Vancouver mi fa venire voglia di pogare, annientarmi, vomitare. Mi parla di locali sudici e letti sfatti, mal di testa cronici e sesso occasionale.
La frontgirl Becky Ninkovic modula una vocina impertinente - a tratti isterica - che mi sbatte in faccia verità crude a cui farei meglio dare ascolto, con l'innocenza e la perversione di un'adolescenza ostentata, sfilacciata.
I ritornelli ripetuti ossessivamente sembrano formule magiche che, recitate nel bel mezzo di infernali sabba, hanno lo scopo di evocare l'uomo perfetto, la vita perfetta, un mondo perfetto.
Ma è solo un'illusione.
Non c'è niente di perfetto nei Party/Die. Il gruppo naviga a vista nell'imperfezione dei suoi suoni grezzi, nelle deflagrazioni rabbiose, nei cambiamenti di ritmo che disorientano chi si aspetta una certa linearità compositiva.
Anche il genere musicale risulta eclettico: la chiara matrice punk si mescola con inserti elettrici, creando una sapiente collisione di battiti sintetici e melodie a tratti anche romantiche.

In Apocalypse Meow, la tredicesima traccia nascosta, Becky miagola: The world's coming to an end, / what are we waiting for? / soon countries will wage war, / what are we fighting for? / baby, take my hand, / lets dance forever! / its our last night on earth, / lets be together.


Mi stai dicendo che il mondo si sta avviando alla fine e che ti devo tenere la mano?
Scusa ma preferisco continuare a bere.
O tutt'al più a vomitare.


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