martedì 12 aprile 2011

Della fotografia, dei sogni, della malinconia





Ci sono giorni in cui ogni dettaglio che prima davo per scontato sembra sfumare tra le mie dita e i frammenti di ciò che era si ricompongono in un puzzle che non riesco più a decifrare.
In questi giorni preferisco estraniarmi e far finta che tutto ciò che non riconosco della mia vita faccia parte di un sogno parallelo.



C'è una donna che secondo me sa rappresentare questi sogni meglio di chiunque altro.
Le fotografie di Sarah Moon sono evanescenti come ectoplasmi. La voluta bicromia delle sue immagini, in cui il bianco e il nero si sfaldano uno nell'altro, conferisce loro un'atmosfera rarefatta ed eterea. Guardandole, si ha il dubbio che quelle donne non siano mai esistite realmente, che siano solo frutto dell'inconscio e che la macchina abbia catturato un momento che non è mai stato, o che ha smesso di essere nell'attimo stesso in cui l'obiettivo si è chiuso su di esso. Che poi è l'essenza della fotografia e il motivo per cui considero l'attività del fotografo assai malinconica e crepuscolare. Perché "ogni fotografia è l'ultimo testimone, se non l'ultima testimonianza, di un momento che altrimenti sarebbe perduto per sempre; è il senso della perdita e del tempo che passa... e della morte."

Anche quando SM usa il colore lo fa con un chiaro intento onirico e non si ha mai l'impressione che quella pennellata serva a rappresentare la realtà, ma piuttosto a metterla in dubbio, destrutturarla, vagheggiarla.
Perché, come diceva Jean Baudrillard, "si sogna prima di contemplare, ché prima di essere uno spettacolo cosciente, ogni paesaggio era un'esperienza onirica".

Ecco, in giorni come questi vorrei essere una delle sue donne.
Presente e allo stesso tempo assente. Sofferente e ieratica.
Totalmente indifferente a quello che mi circonda.

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